Tanto sonno

scritto da HalBregg
Scritto 22 ore fa • Pubblicato 10 ore fa • Revisionato 10 ore fa
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Noi siamo appena dietro ed è come se una montagna ci crollasse addosso
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Testo: Tanto sonno
di HalBregg

Mi stringo al collo la sciarpa. Il bianconero oggi è la mia seconda pelle. Carla mi sta accarezzando la guancia, sento il suo profumo. Mi pianta addosso il suo sguardo.

«Sei proprio sicuro? Sentivo la radio stamattina».

«Dai domani sono qui».

Mi mette in mano qualcosa. È una specie di volantino, guardo meglio, no, è un depliant di un’agenzia turistica. Sabbia bianca e mare verde.

«Guardalo in viaggio, e pensami. Tra meno di un mese saremo lì».

Lo piego e lo infilo nella tasca dei jeans. Mi avvicino e le sfioro le labbra con un bacio.

«Grazie. Adesso devo andare che imbarcano. Ci sentiamo stasera dopo la partita».

Mi giro e sento il suo sguardo nella mia schiena, in alto tra le scapole. Guardo il tabellone: TRN-BXL Gate A6. Stringo la sciarpa e mi avvio.

 

È presto, andiamo a fare due passi in centro. Gruppi di persone si muovono velocemente e continuano a voltarsi. Guardano verso la Grand Place che dovrebbe essere proprio qua dietro. Gente che urla, arriva da lì. Giro l’angolo e non capisco. Rimango un attimo in silenzio. Poi metto a fuoco. Un muro rosso che si muove e sbanda. Gridano una frase ritmata, parole confuse. Mi giro verso Antonio e Vittorio che sono dietro di me.

«Occhio!» fa a tempo a gridare Vittorio. Un’esplosione di vetri infranti accanto a noi, «attenti ne arrivano altre».

«Cazzo, via di qua».

Una bottiglia piena di birra si schianta sul muro alla mia destra. Vengo investito dagli schizzi. Ma che succede? Non faccio in tempo ad asciugarmi che mi sento tirare per il braccio. È Antonio.

«Via, veloci. Ci hanno visto».

Sento la testa che mi gira. Sopra le spalle dei miei amici vedo un gruppo di ragazzi che stanno correndo verso di noi. Sono a torso nudo, bandane rosse in testa. Roba lunga in mano.

«Italians fuckin’ bastards» gridano, questo lo capisco. Di colpo mi scappa da pisciare. Allora mi giro e inizio a correre, forte. Nelle viuzze strette, urto persone «pardon, pardon», non so dove vado.

Ci fermiamo alla fine. Guardiamo indietro, nessuna bandana rossa in vista. Mi passo una mano sul viso per asciugarmi, mi sale un conato di vomito all’odore di sudore misto a birra rancida.

Ci guardiamo e nessuno di noi parla. Vittorio si toglie la sciarpa bianconera dal collo e se la annoda in vita. La copre con la maglia. Senza dire nulla facciamo anche noi lo stesso.

Con il cuore che ancora batte in gola guardo l’orologio.

«Meglio che ci incamminiamo verso lo stadio».

Annuiscono. Senza dire nulla ci avviamo.

 

Antonio sta controllando i tre biglietti. Settore Z.

«Ma i nostri sono dall’altra parte, ci sono gli inglesi qua» dico mentre vedo sciami di maglie rosse dirigersi ai cancelli d’ingresso.

«Boh, non so. Questi abbiamo ormai».

Siamo al cancello. Altri italiani, mi avvicino e chiedo:

«Ma questo settore Z è per gli italiani?»

«No, non si capisce. Dicono tifosi neutrali».

Torno a riferire agli altri. Va bene dai, l’importante è vedere la partita.

 

Fa caldo qui dentro. I gradoni di cemento sono sporchi e malandati. Migliaia di piedi li stanno strofinando e nuvole di polvere si alzano da sotto. Siamo in uno spicchio dello stadio all’estremità della tribuna distinti, dai signori comodamente seduti ci divide un alto muro. Dall’altro lato le orde rosse. Migliaia di tifosi inglesi che da ore stanno urlando più che cantando. A dividerci da loro una rete metallica. Da dove sono vedo che è piena di buchi e in gran parte arrugginita. Guardo in lontananza. La curva opposta, i colori bianconeri. Vorrei tanto essere di là.

Siamo stretti. I gomiti e le ginocchia di chi mi circonda mi urtano di continuo. La puzza di sudore ci avvolge, metto la sciarpa su naso e bocca. Provo a sedermi ma è ancora peggio. Una gabbia di gambe che chiude ogni visuale.

«Marco alzati, guarda» mi dice Vittorio scrollandomi una spalla. Mi alzo in piedi.

«Ma che fanno?»

Qualche decina di inglesi si sta aggrappando alla rete metallica. La tirano da una parte all’altra. Questa si muove priva di difese. Hanno delle facce stravolte. Qualcuna dipinta di rosso, tutti con gli occhi iniettati di sangue e la bava alla bocca. Urlano cose incomprensibili. Comincia a volare roba verso di noi. Prima qualche innocuo bicchiere di carta, poi bottiglie e lunghi bastoni di legno o plastica. Poi pezzi di cemento. Stanno spaccando i gradoni e ne ricavano proiettili letali.

La gente vicino alla recinzione si tira indietro, cerca di allontanarsi. In un attimo siamo più stretti, non c’è spazio qui. Ma la polizia dov’è?

Urla di terrore mi rimbombano nella testa. Antonio si gira verso di me, ha gli occhi pieni di lacrime. Un boato selvaggio di fronte a noi, la recinzione ha ceduto. Arrivano.

La vescica mi cede. Non mi importa. Avanzano con gli occhi sbarrati e colpiscono tutto ciò che hanno a tiro. Teste, schiene, braccia. Uomini, donne, bambini. La massa indietreggia, vuole scappare. Ma non può. Non c’è spazio. Noi siamo appena dietro ed è come se una montagna ci crollasse addosso. Un signore accanto a me ha sollevato un ragazzino e lo tiene in alto. Il ragazzino mi guarda e penso voglia dirmi qualcosa. Piange e basta.

Sento una mano che mi artiglia una spalla.

«Marco, aiuto».  È Vittorio, non posso girarmi. Il mio corpo è imprigionato da migliaia di altri. La stretta è sempre più forte. Vomito sulla testa di qualcuno.

Un colpo da dietro, veniamo spinti in direzione opposta. Non me l’aspettavo. Lo spazio per un attimo si allarga e vengo sbalzato in avanti. Le gambe strette nella morsa fino a quel momento non rispondono. Cedono. Cado sulle ginocchia ma non sento alcun dolore. Provo a rialzarmi subito ma un ginocchio mi sbriciola gli incisivi. Vedo nero e il sapore del sangue mi invade la bocca. Non so dove sono. Non so se sono seduto, inginocchiato o in piedi. Non so dov’è l’alto e dov’è il basso. Solo pezzi di corpi. Braccia gambe. Mani che afferrano il nulla. Arriva il freddo. Brividi sempre più forti, partono dal collo e arrivano fino all’intestino. Voglio dire qualcosa. Antonio, Vittorio tutto bene?

I pantaloni sono strappati, apro gli occhi e vedo scarpe, cocci di bottiglia, stracci. Un luccichio di qualcosa. Un pezzo di carta vicino ai miei occhi. Sabbia bianca e mare verde. Poi un piede lo calpesta e tutto sparisce.

Allora chiudo gli occhi. Anche il freddo è passato. Ho soltanto tanto sonno.

Tanto sonno testo di HalBregg
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